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Allarme ozono a Verona e provincia: scatta la soglia per lo smog tossico

28 Maggio 2026 · Consuelo Desirée Nespolo

Emissioni di metano e ozono, Legambiente: “Gli allevamenti intensivi avvelenano l’aria”.

Allarme ozono a Verona e in Pianura Padana: il caldo anticipato scatena lo smog tossico, l’appello di Legambiente. Il termometro sale e la qualità dell’aria crolla. Con l’arrivo della prima vera ondata di caldo e alta pressione sul Centro-Nord, la Pianura Padana si trova a fare i conti con un nemico invisibile ma estremamente tossico: l’ozono (O3). “Quello che un tempo era un problema tipico dei mesi di luglio e agosto è diventato oggi un’emergenza primaverile”, spiegano in una nota.

I dati raccolti dall’Agenzia Europea dell’Ambiente e dalle centraline locali parlano chiaro: “La stagione estiva non è ancora ufficialmente iniziata, eppure a Verona e provincia i limiti di sicurezza sono già stati ampiamente superati a più riprese nell’ultima settimana.

Centraline in tilt a Verona e Bosco Chiesanuova: i dati.

La normativa stabilisce che la soglia obiettivo di lungo termine per l’ozono è di 120 μg/m3 (calcolata su una media di 8 ore consecutive), un limite che “non dovrebbe essere superato per più di 25 giorni all’anno. In diverse aree della provincia veronese, in particolare nella pianura e nella fascia pedemontana, questo tetto è già stato sforato ripetutamente“.

La situazione si è aggravata nelle ultime ore, registrando i primi superamenti della soglia di informazione fissata a 180 μg/m3 come picco orario. Tra le località venete più colpite spicca Bosco Chiesanuova, insieme ad Asiago in provincia di Vicenza. “Quando si supera questo livello, scatta l’obbligo per le autorità di informare i cittadini, poiché il rischio per la salute diventa immediato”.

A complicare lo scenario è la natura stessa dell’ozono: “Essendo un inquinante secondario guidato dalle correnti, i picchi tossici si registrano spesso a decine di chilometri di distanza dalle reali fonti di emissione, colpendo duramente anche le aree montane e collinari sottovento“.

I rischi per la salute e l’agricoltura: una minaccia silenziosa

L’ozono non va confuso con lo strato protettivo situato nella stratosfera: “A livello del suolo, lo smog fotochimico è un gas fortemente irritante”. Secondo l’Unece, “l’inquinamento da ozono causa ogni anno 70mila vittime nei paesi avanzati di Europa e Nord America.

Effetti acuti e cronici sull’uomo.

Il bersaglio principale del gas è l’apparato respiratorio, “dove attacca i macrofagi e le pareti delle piccole arterie polmonari”. I sintomi.

  • Tosse, secchezza della gola e del naso.
  • Faringiti, bronchiti e aumento di muco.
  • Dolori al torace e forte riduzione della funzionalità polmonare.
  • Irritazione agli occhi e mal di testa.

“Sul lungo periodo, le esposizioni croniche possono degenerare in fibrosi polmonare, effetti sul sistema riproduttivo e sulla paratiroide.

Il danno collaterale alle coltivazioni.

L’ozono è anche un potente gas serra e un veleno per le piante. “Riduce drasticamente la fotosintesi clorofilliana, traducendosi in pesanti cali di produttività delle colture agricole. Un danno economico e ambientale enorme, che si somma agli effetti devastanti delle cicliche stagioni siccitose”.

Le cause: le “relazioni tossiche” tra metano, agricoltura e motori.

Per capire come si forma l’ozono, bisogna guardare ai suoi precursori chimici. “Lo smog fotochimico nasce quando i raggi solari intensi colpiscono gli ossidi di azoto (NOx, generati dai motori a combustione e dai trasporti) e il metano (CH4)“.

Proprio il metano è diventato l’osservato speciale. La stazione di monitoraggio del Monte Cimone segnala “concentrazioni stabilmente superiori a 2000 ppb (parti per miliardo), un valore triplicato rispetto all’era pre-industriale. In Pianura Padana, la responsabilità principale di queste emissioni ricade sul comparto agricolo: le quattro regioni del bacino padano da sole generano circa il 50% del metano nazionale, a causa degli allevamenti intensivi e della coltivazione del riso, le cui acque calde estive accelerano la proliferazione dei batteri metanogeni”.

Il piano di Legambiente: “Transizione agroecologica e biometano”.

“L’Italia ha aderito al Global Methane Pledge, l’accordo globale che prevede il taglio del 30% delle emissioni di metano entro il 2030, ma ad oggi i traguardi sono ancora lontanissimi.” Per questo motivo, Legambiente ha presentato un piano d’azione per il settore agricolo e zootecnico.

Le soluzioni proposte dall’associazione si concentrano su tre pilastri.

Tecniche agricole sostenibili. Nel settore risicolo, l’adozione dell’asciutta periodica dei campi riduce drasticamente lo sviluppo del gas.

Impianti di biometano avanzati. Raccogliere e trasformare i liquami zootecnici in biometano e ammendante agricolo permette di azzerare le perdite di gas in atmosfera.

Vincoli ai finanziamenti pubblici. Condizionare l’accesso ai fondi della Pac (Politica Agricola Comune) e agli incentivi statali solo alle aziende che adottano le migliori pratiche ecologiche“.

    “È necessaria una ragionata rimodulazione delle intensità produttive dell’agricoltura del Nord Italia -, dichiara Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto. “Se nei territori si iniziasse a ostacolare un po’ meno la creazione di impianti avanzati per il biometano agricolo ‘fatto bene’, avremmo già fatto un primo importantissimo passo per accelerare la riduzione delle emissioni e difendere la salute di tutti“.